L'angolo della Vita
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La pace che viene dal Signore

Il prete e la pace

Ritiro quaresimale al Clero nei Vicariati
marzo-aprile 2003


In questi mesi, come ben sappiamo, preme sull’opinione pubblica mondiale, un tema che interroga tutti – dai semplici cittadini, ai capi di governo, al segretario dell’Onu – e che trova nella parola e nella testimonianza di Giovanni Paolo II un referente di grandissima autorevolezza morale. Mi riferisco evidentemente alla pace, in un momento nel quale sembra molto a rischio.

Proprio alla pace intendo dedicare la meditazione di questo Ritiro quaresimale. Mi domando: qual è il nostro compito precipuo, qual è il campo di lavoro al quale è urgente che ci dedichiamo, qual è l’orizzonte che dobbiamo aiutare a tenere presente da parte di tutti, quali sono le radici più profonde della guerra e di quale linfa può nutrirsi la pace.

Vorrei rispondere a questi interrogativi lasciandomi guidare dall’insegnamento luminoso che in questi decenni ci è stato donato da Giovanni XXIII, che quarant’anni fa pubblicava l’Enciclica “Pacem in terris”, da Paolo VI, che nel 1968 ha profeticamente istituito, sul primo giorno di ogni anno, la Giornata Mondiale della Pace, da Giovanni Paolo II, che in mille modi (e quasi ogni giorno) si fa coraggioso servitore della pace.

Titolo della meditazione: “La pace che viene dal Signore”. Lo adotto, prendendolo da un testo di Joseph Ratzinger, perché in questo modo si chiarisce subito che intendo concentrarmi su ciò che ci compete e costituisce una nostra costante responsabilità, non su tanti altri aspetti, pure importanti, sui quali le opinioni sono varie e la discussione aperta. Sono due i sentieri sui quali, noi preti e Vescovi, dobbiamo inoltrarci:

-          il primo è di carattere etico e potrebbe essere detto educativo o anche parenetico;

-          il secondo consiste in un “annuncio” che intende dare evidenza all’azione di Dio, alla presenza della sua grazia, capace di guarire i cuori e di abbattere i muri di separazione, di mettere in comunione coloro che sono nemici.

1.  IL COMPITO EDUCATIVO
Quando con la Liturgia diciamo: “La grazia e la pace di Dio, nostro Padre, e del Signore nostro Gesù Cristo siano con tutti voi”, ricordiamo a noi stessi che il nostro compito è quello di invocare sempre, su questo nostro tempo, la grazia e la pace del Signore.

Si tratta – dice Ratzinger – anzitutto di “un invito pienamente umano”. È un invito a non essere uomini sempre pronti ad accusare, e ad avere piuttosto, a un certo punto, il coraggio anche di tirare una riga conclusiva nelle nostre contese o nei nostri reciproci lamenti, non lasciando crescere dentro di noi il veleno del risentimento.

È un invito al perdono reciproco, a sapere ricominciare da capo, a dimostrare una magnanimità del cuore che non tiene nascosto qualcosa in qualche angolo della memoria, pronti a tirarlo fuori e magari a vendicarci in un tempo successivo.

Quando questo invito così ricco di umanità viene accolto “cresce la gioia, da lì scaturisce la bellezza, la bontà viene a rischiarare il mondo, e nasce la pace” (J. Ratzinger, Il Dio vicino, pag. 123).

Il modo con cui mi sto esprimendo lascia intendere che l’invito riguarda noi sacerdoti per primi e i sentimenti con i quali viviamo i rapporti interpersonali con gli altri Sacerdoti e con tutti coloro che la vita e il ministero ci fanno incontrare.

Ci riguarda anche nel senso che di sicuro non c’è nessuno tra noi che non abbia bisogno di una conversione. Occorre certo umiltà per accettare questa verità, ma è assolutamente necessaria.

Come potremmo infatti procedere oltre senza almeno tentare (usiamo pure questo verbo che dice i nostri limiti e la nostra fragilità) di compiere il passo che ci compete?

Diciamo pure con franchezza che sarebbe uno scandalo, intenso precisamente nel senso di inciampo, il fatto che dei preti, invece che essere fratelli, fossimo tra noi degli estranei o addirittura dei nemici; che, invece di stimarci a vicenda e di sostenerci, cedessimo alla tentazione della malignità o addirittura della menzogna; che, invece di praticare la verità nella carità, diventassimo vittime di quel brutto vizio che si chiama pettegolezzo e lo praticassimo anche nei momenti di per sé deputati a coltivare la fraternità; che, invece di domandarci sempre come essere motivo di consolazione e gioia vicendevole, diventassimo vittime di qualche sciocca gelosia con le ferite che facilmente ne derivano.

Detto questo, voglio aggiungere qualcosa circa il nostro compito di educatori alla pace. Ne ho già parlato più volte in questi ultimi mesi e non vorrei ripetere quanto già detto e scritto. Ma alcune sottolineature le debbo fare.

Sono soprattutto tre: vorrei raccogliere, da Giovanni Paolo II, alcuni suggerimenti per l’educazione alla pace; vorrei risalire a Giovanni XXIII per ricordare i “pilastri della pace”; e vorrei infine, con Paolo VI sostare su un’affermazione fondamentale: “Se vuoi la pace, difendi la vita”.

 

“Per giungere alla pace, educare alla pace” 

È interessante constatare che, quando Giovanni Paolo II è diventato Papa, il suo predecessore Paolo VI aveva già individuato il tema per la Giornata Mondiale della Pace dell’anno seguente.

E il tema era: “Per giungere alla pace, educare alla pace”. Trovo bellissimo che due Pontificati si saldino nel nome dell’educazione alla pace e che Giovanni Paolo II dica: “Io raccolgo dalle mani del mio predecessore il bastone di pellegrino della pace.

Sono anch’io in cammino, al vostro fianco (di voi tutti che desiderate la pace), con in mano il Vangelo della pace: ‘beati gli operatori di pace’” (Messaggio per la Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 1979).

Ma che cosa vuol dire, in concreto, educare alla pace? Giovanni Paolo II offre, nel suo primo messaggio, tre suggerimenti. 

“Impariamo a rileggere la storia dei popoli e dell’umanità secondo schemi più veri di quelli di una semplice concatenazione di guerre e di rivoluzioni.

Certo il rumore delle battaglie domina la storia; ma sono le pause della violenza che hanno permesso di attuare quelle durature opere culturali, che fanno onore all’umanità.

Anzi, se si sono potuti trovare, nelle guerre e nelle rivoluzioni stesse, dei fattori di vita e di progresso, questi derivavano dall’aspirazione di un ordine ben diverso da quello della violenza: aspirazioni di natura spirituale quali la volontà di veder riconosciuta una dignità comune a tutta l’umanità, di salvaguardare l’anima e la libertà di un popolo”.

L’educazione dei giovani alla pace avviene individuando e facendo emergere nelle grandi pagine della storia l’esempio di coloro la cui gloria è stata di far germinare frutti di pace. Questi grandi esempi “eserciteranno un’attrattiva decisiva. Soprattutto, essi libereranno l’aspirazione alla pace che è costitutiva dell’uomo”.

Questo primo suggerimento conduce il Papa a indicarne altri due: “Queste energie nuove – dice – faranno inventare un nuovo linguaggio e nuovi gesti di pace”.

Quanto al linguaggio, constata amaramente che, “a furia di esprimere tutto in termini di rapporti di forza, di lotte di gruppi e di classi, di amici e nemici, si crea il terreno propizio alle barriere sociali, al disprezzo, persino all’odio e al terrorismo e alla loro apologia sorniona o aperta.

Al contrario, da un cuore dedito al valore superiore della pace deriva la preoccupazione di ascoltare e di capire, il rispetto dell’altro, la dolcezza che è forza vera, la fiducia”.

A proposito del linguaggio viene ricordato che grande è il compito educativo dei mass-media, come pure il modo con cui ci si esprime nei dibattiti del confronto politico. A noi viene detto di non essere ingenui: mai il linguaggio è innocuo o neutro, nemmeno a livello dei bambini e dei ragazzi.

E ci viene indicato un compito che, se oggi appare arduo, rimane indispensabile e urgente.

Insieme con il linguaggio, l’educazione alla pace richiede gesti di pace. “Mancando questi – scrive il Papa – le convinzioni si vanificano sul nascere e il linguaggio della pace diventa retorica condannata ad un rapido discredito”.

Sul positivo aggiunge opportunamente (perché spesso non ce ne rendiamo conto), che “possono essere molti gli operatori di pace”. Occorre però “che prendano coscienza della loro possibilità e responsabilità”.

A noi educatori tocca far crescere questa coscienza e persuadere che “è la pratica della pace che porta alla pace”. A noi spetta far toccare con mano che “il tesoro della pace si rivela e si offre a coloro che realizzano modestamente, giorno per giorno, tutte quelle forme di pace di cui sono capaci”.

A noi tocca rivolgerci ai giovani invitandoli a resistere “alle comodità che addormentano nella triste mediocrità e alle violenze sterili”; a seguire le strade su cui li spinge il senso della gratuità, della gioia di vivere, della compartecipazione; a investire le loro energie nuove negli incontri fraterni al di là delle frontiere e nel servizio disinteressato ai Paesi più poveri.

“Voi giovani siete le prime vittime della guerra che spezza il vostro slancio. Voi siete la magnifica occasione della pace”.


La profezia di Giovanni XXIII e i pilastri della pace 

In termini di educazione alla pace bisogna fare riferimento a un testo fondamentale del Magistero della Chiesa. Ne trovo una risonanza già nel messaggio di Paolo VI per la prima Giornata mondiale della pace (1968), là dove scrive: “La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole che possono anche servire a nascondere il vuoto del vero spirito e delle reali intenzioni di pace, se non addirittura a coprire sentimenti ed azioni di sopraffazione e di interessi di parte”.

Ma poi aggiunge, quasi a voler ulteriormente chiarire il rischio di illusioni legate alla parola “pace”: “Né di pace si può legittimamente parlare ove della pace non si riconoscano e non si rispettino i solidi fondamenti: la sincerità, la giustizia e l’amore… e la libertà”. “Altrimenti – conclude – non pace si avrà, ma il germinare continuo e insoffocabile di rivolte e di guerre”.

Ne trovo una risonanza anche nell’ultimo Messaggio per la Giornata mondiale della pace (2003). Anche Giovanni Paolo II fa riferimento a quei solidi quattro pilastri della pace: verità, giustizia, amore e libertà (cfr n. 3).

Lo fa mentre l’intero suo documento, già dal titolo, rimanda alla fonte: “ ‘Pacem in terris’, un impegno permanente”. Il motivo contingente è il 40° della pubblicazione dell’Enciclica di Giovanni XXIII; il motivo profondo sta nella forza illuminante e profetica che il “testamento” di Papa Giovanni, che morirà due mesi dopo, conserva intatta ancora oggi.

In quelle quattro parole va riconosciuto, da parte nostra, un grande impegno educativo. Ricordare seriamente e fruttuosamente la “Pacem in terris” richiede assolutamente che ci sforziamo di inculcarla a ragazzi, giovani e adulti.

Ci vorrà tempo; ci vorrà convinzione; ci vorrà passione; ci vorrà concretezza. Non sarà facile, ma non è impossibile. L’urgenza è resa evidente da un fatto: ben pochi, mentre parlano di pace e di guerra, parlano di una pace ‘ordinata’, e cioè ‘coordinata’ ai robusti pilastri ora ricordati.

Per parte mia ho avuto occasione di esprimermi con una certa ampiezza nella Veglia del Monte Mesma (31 dicembre 2002) e nella Messa per la Pace del 1° gennaio 2003. A metà febbraio ho pure ripreso il tema in una Lettera inviata alla Diocesi con l’invito a “fare della pace un progetto di vita”.

Ho chiesto agli Uffici Diocesani di preparare qualche semplice sussidio da utilizzare negli Oratori, nei gruppi giovanili, nella Scuola di Religione, tra gli adulti stessi.

Sarebbe importante che i genitori si facessero maestri di pace con i loro figli, a cominciare dai più piccoli, e che l’educazione alla pace trovasse spazio nella scuola, da parte di tutti i docenti.

In questo momento mi limito a ricordare un altro particolare eloquente: da trentacinque anni a questa parte i Messaggi per la Giornata mondiale della pace hanno riconsiderato a uno a uno quei pilastri.

Il messaggio del 1980 era su “La verità, forza della pace”; già nel 1972 proponeva “Una sincera volontà di giustizia per realizzare veramente la pace” e nel 1988 “Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti” (senza dire dei vari Messaggi sui diritti umani).

Quanto all’amore, il commento emerge più volte (1971: “Ogni uomo è mio fratello”; 1997: “Offri il perdono, ricevi la pace”; 2002: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”) e circa la libertà, nel 1981 il Messaggio era: “Per servire la pace, rispetta la libertà”.

Come si vede, possiamo usufruire di un commento ampio, e fatto direttamente da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, alle suggestioni penetranti, anche se espresse con estrema sobrietà e semplicità da Giovanni XXIII.

Un binomio inscindibile: pace e vita 

C’è ancora un punto che, in termini di educazione alla pace è urgente far emergere: è il rapporto stretto tra pace e vita. Nel 1977 il Messaggio per la Giornata della pace prendeva in considerazione proprio questo binomio e si intitolava: “Se vuoi la pace, difendi la vita”.

La parola di Paolo VI risuona forte e intensa: “Il discorso sulle condizioni della pace è molto difficile e molto lungo. Noi non osiamo qui affrontarlo.

Ma non vogliamo tacerne un aspetto, che è senza dubbio primordiale. È questo: il rapporto della pace con la concezione che il mondo ha della vita umana.

Può questo binomio apparire una tautologia; ma non lo è. Racchiude uno scontro feroce dei due termini, non un abbraccio fraterno.

La pace è cercata e conquistata con la morte e non la vita; e la vita si afferma non con la pace, ma con la lotta, come un triste fato necessario alla propria difesa”.

Paolo VI vuol parlare della parentela fra pace e vita. “Non è semplice riuscirvi – ammette – perché troppe obiezioni, formidabili obiezioni, custodiscono nell’arsenale immenso di pseudo-convinzioni, di pregiudizi empirici ed utilitari, di cosiddette ragioni di Stato, o di costumi storici e tradizioni, vi oppongono, ancora oggi, ostacoli che sembrano insuperabili”.

Il Papa ne mette in evidenza la “tragica conclusione: se pace e vita possono illogicamente, ma praticamente dissociarsi, si delinea sull’orizzonte del futuro una catastrofe che, ai nostri giorni, potrebbe essere senza misura e senza rimedio sia per la pace, che per la vita”. 

In questo contesto Paolo VI afferma la tesi: “Se vuoi la pace, difendi la vita” e indica tre impegni giudicati essenziali. 

Primo, “la politica dei grandi armamenti è subito chiamata in causa”. Eravamo nell’epoca dei due grandi blocchi mondiali, USA e URSS, ma la questione rimane aperta pur nel mutato scenario mondiale. Basti pensare alla produzione e al commercio di armi di ogni genere, che vedono purtroppo presente anche l’Italia.

Secondo, “non è solo la guerra che uccide la pace. Ogni delitto contro la vita è un attentato contro la pace, specialmente se esso intacca il costume dei popoli, come spesso diventa oggi con orrenda e talora legale facilità la soppressione della vita nascente con l’aborto”.

Queste parole vengono scritte per il 1° gennaio 1977. Tra gli anni ’60 e ’70 in diverse Nazioni europee viene legalizzato l’aborto. In Italia ciò avverrà nel 1978.

Nell’anno seguente al messaggio che metteva in stretta relazione la pace e la vita. Giovanni Paolo II scriverà, nel 1995, quell’eccezionale Enciclica che si intitola “Evangelium vitae”, vero testo-guida sul mistero e la responsabilità nei confronti della vita umana. Ma noi, cristiani, l’abbiamo fatto nostro? E come? E quanto?

So di toccare un punto delicato, ma proprio per questo il Vescovo ne deve parlare con i Sacerdoti, primi educatori della coscienza del popolo cristiano.

Nella recente Giornata per la vita sono entrato nel merito con una lettera alla Diocesi dal titolo “La gloria di Dio risplende sul volto dell’uomo”. Intendo dire che quella della vita è una delle frontiere sulle quali non può mancare la testimonianza dei cristiani.

Mi ponevo anche qualche domanda: come mai non si comprende il diritto alla vita di un innocente indifeso? Come mai, anche da parte di persone che pure si dicono cristiane, vi è talvolta reticenza o silenzio? Come mai una cultura di morte viene presentata come conquista di civiltà?

Terzo impegno essenziale indicato da Paolo VI è quello contro “le cento forme con cui l’offesa alla vita sembra diventare costume, là dove la delinquenza individuale si organizza per diventare collettiva, per fare del terrorismo un fenomeno di legittima affermazione politica e sociale, della tortura poliziesca un metodo efficace della forza pubblica”.

Il riferimento era, nel 1978, al mondo comunista in Europa e in altre parti del mondo; e anche alle dittature militari che si erano insediate in diverse Nazioni dell’America Latina (in Argentina dal 1976 al 1984; in Uruguay dal 1976 al 1984; in Brasile dal 1964 al 1985; in Cile dal 1977 al 1989).

Il compito indicato era quello di agire in favore dei diritti umani: un capitolo che rimane del tutto aperto nel 2003 perché violato ancora oggi in molti luoghi e in molti modi.

“La civiltà – scriveva Paolo VI – si esprime in tali dichiarazioni (per la tutela dei diritti degli uomini) se esse sono trasfuse nelle coscienze e nei costumi; la civiltà è invece irrisa e violata, se esse rimangono lettera morta”.

2. L’ANNUNCIO DI UNA GRAZIA
Ho indicato fin qui sentieri da percorrere e impegni da assumere; educazione a cui dedicarsi e cammino morale da favorire. Ma – dice J. Ratzinger – “la volontà e l’agire umano ultimamente non bastano”. Perciò – aggiunge – “il Sacerdote non è mai solo un predicatore morale.

Egli annuncia quello che noi uomini non possiamo dare: la nuova realtà, che Dio viene a noi in Cristo e che è più che parola e proposta” (l.c., pag. 123-124).

Dal “mysterium iniquitatis” al “mysterium salutis”

A noi tocca dunque “annunciare”. Mi sembra di grande rilevanza questo invito e assolutamente qualificato per coloro che, come noi, si dicono cristiani e svolgono un ministero che li unisce in maniera speciale a Cristo, capo della sua Chiesa.

Annunciare significa che diventiamo ministri di qualcosa che non viene da noi, ma da Dio. È riconoscere che noi, con le sole nostre forze, siamo sempre a rischio di rimanere vittime del “mysterium iniquitatis” e che però possiamo testimoniare che il mistero del male “non ha l’ultima parola nelle vicende umane. Dio conosce le vie per toccare gli stessi cuori più induriti” (Messaggio 1.1.2002, 1).

Annunciare è riconoscere che “lo Spirito della speranza è all’opera nel mondo”. Lo è, in particolare, “nell’azione di quanti con pazienza e costanza continuano a promuovere la pace e la riconciliazione”.

E così può attuarsi la parola del Profeta Isaia: “Il deserto diventerà un giardino. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto della giustizia diventerà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza” (Is 32,15-17; Messaggio 1.1.1999, 9).

Annunciare è riconoscere che “tutto viene da Dio, il quale ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione” (2 Cor 5,18; Messaggio 1.1.1984, 5).

Questo annuncio diventa naturalmente preghiera. Essa significa “accordarci con Colui che invochiamo, accogliendo la grazia che ci cambia, conformando sotto la spinta dello Spirito Santo la nostra vita alla parola di Dio, entrare nell’azione di Dio sulla storia” (id.).

L’annuncio trova un luogo privilegiato nella celebrazione dei sacramenti, che sono “azioni di Dio”. In particolare nel sacramento della Riconciliazione e alla mensa dell’Eucaristia: lì ci è donato un cuore nuovo ed è posto in noi uno spirito nuovo (cfr Ez 36,26; id).

Vorrei rimarcare, in particolare, l’Eucaristia.

Ratzinger cita Agostino che riassume il significato dell’Eucaristia ai neofiti, battezzati nella veglia pasquale: “Deve esservi chiarito – dice Agostino – che cosa avete ricevuto. Ascoltate quindi brevemente quel che dice l’Apostolo o, meglio, quel che dice Cristo per mezzo dell’Apostolo, sul sacramento del Corpo del Signore”.

Egli cita un passo della prima lettera ai Corinti: “‘Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane’” (1 Cor 10,16-17). E commenta: “Ecco: questo è tutto; ve l’ho detto in fretta; ma, voi, non contate le parole, pesatele!”.

A sua volta Ratzinger osserva che nelle parole di Paolo ai Corinti è rintracciabile “la sintesi del mistero che i neofiti ricevono. Qui si vede dove sta il baricentro della dottrina eucaristica: l’Eucaristia è il sacramento con il quale Cristo costruisce a se stesso un solo corpo e ci rende un solo pane; un solo corpo.

L’Eucaristia è l’avvenimento vivente che sostiene la Chiesa nel suo divenire se stessa”. E conclude: “La Chiesa è la comunità eucaristica. Essa non è solo un popolo: dai molti popoli di cui è fatta, essa diventa un solo popolo per mezzo dell’unica mensa che il Signore prepara per tutti noi.

La Chiesa è, per così dire, una rete di comunità eucaristiche ed è continuamente unita dall’unico corpo che noi riceviamo” (l.c. pag. 121-122).  

Sono da notare queste due immagini della Chiesa: popolo, corpo. Il Concilio ne ha parlato nella Lumen Gentium e anche altrove. Sono entrambe vere e importanti.

Ma la seconda è tipica del Nuovo Testamento e indica nella maniera più forte il mistero nel quale noi cristiani siamo introdotti: siamo membra del Corpo di Cristo.

Questo è ciò che dobbiamo pensare accostandoci alla mensa eucaristica; questo avviene, di giorno in giorno, celebrando l’Eucaristia. Essa è davvero il sacramento dell’unità e della pace. Veramente l’Eucaristia è la pace che viene dal Signore. Mentre veniamo condotti nello spazio della comunione del suo corpo, siamo introdotti nello spazio stesso del suo amore (cfr l.c. pag. 123-124).


L’esperienza della fede per un rinnovamento della storia

Ratzinger fa notare opportunamente che in questa esperienza profonda nella fede, vissuta specialmente attorno all’Eucaristia, sta un principio significativo anche sul piano politico.

Illustra questa verità raccontando l’esperienza delle prime generazioni cristiane: “All’inizio della storia cristiana i credenti erano un piccolo gruppo marginale, ininfluente sul piano politico. Essi non potevano cooperare attivamente a dar forma alla cosa pubblica” (l.c., pag. 124).

Da questo non derivava però che essi rinchiudessero l’esperienza dell’incontro con Cristo in un perimetro puramente interiore. Né che pensassero la speranza donata da Cristo come qualcosa che riguardasse solo il futuro, e non anche il presente.

Quando, il giorno dopo il sabato, si radunavano per spezzare il pane e vivevano quindi l’adunanza eucaristica, emergeva tra loro la parola detta da Cristo Risorto ai suoi discepoli confusi, la sera di Pasqua: “La pace sia con voi” (Gv 20,19).

La stessa parola emerge oggi in apertura di ogni celebrazione eucaristica. Questo saluto era, per i primi cristiani ed è per noi, qualcosa di più di un semplice augurio.

Significa che la celebrazione eucaristica che attualizza il mistero della morte e risurrezione di Cristo per la nostra salvezza, conduce i discepoli di Cristo a sperimentare come vera la parola dell’apostolo Paolo agli Efesini: “Cristo è la nostra pace” (Ef 3,28).

È vera perché, nell’ambito inedito della prima comunità cristiana, la riconciliazione di schiavi e liberi, di greci e barbari, di giudei e pagani (cfr Gal 3,28) si faceva realtà. Mentre nella società queste varie categorie di persone erano divise e contrapposte, nella celebrazione eucaristica diventavano una cosa sola e venivano strettamente congiunti con Gesù Cristo, mentre allo spezzare del pane tutti si nutrivano del suo corpo e diventavano membra di quell’unico corpo.

E così l’Eucaristia, per la presenza di Cristo, diventava realmente “pace”, spazio di una pace nuova, di un’amicizia che superava tutti i confini. Nella comunità che celebrava l’Eucaristia tutti erano a casa propria e si riconoscevano come fratelli.

E così, “proprio con la dimensione più profonda della loro fede, con l’adunanza eucaristica, i primi cristiani hanno realizzato qualcosa di significativo anche sul piano politico: hanno creato spazi di pace e, nello stesso tempo, hanno costruito percorsi di pace in un mondo senza pace” (l.c., pag. 125).

Si tratta dunque, per i primi cristiani come per noi, di lasciar agire l’Eucaristia. Questo “mistero di riconciliazione e di pace” è energia divina nel cuore dei cristiani per la pace tra tutti gli uomini. Ma bisogna non tradirla, né sciuparla, come invece è possibile fare. E questo va detto anzitutto a noi preti.

Paolo VI, nel messaggio per la pace del 1971 ricordava che “noi sappiamo di trovare sbarrato l’adito all’altare di Dio se non abbiamo prima noi stessi rimosso l’ostacolo alla riconciliazione con l’uomo-fratello” (Mt 5,23 ss; 6,14-15).

Conclusione

Ho svolto la riflessione riandando, dal principio alla fine, a quanto in questi trentacinque anni ci è stato proposto dai Messaggi per la Giornata mondiale della pace. Avendoli io ripresi in mano a uno a uno per la preparazione di questo Ritiro, ho toccato con mano quanta sapienza e quanta forza li percorra.

A questo proposito nel 1986 mons. Tonino Bello scrisse una pagina che merita di essere riconsiderata. È intitolata “Le giornate della pace per la pace delle giornate”. Gli sembra di cogliere, qua e là, dello scetticismo su queste Giornate (ricordiamo che il 1986 era stato scelto dall’ONU come “Anno internazionale della pace”).

Egli dà voce a queste voci critiche, che dicono: “Le giornate lasciano il tempo che trovano. Si riducono a un bivacco di retorica”. Ma poi esprime il suo giudizio: “Non voglio negare che, talvolta, ci sia qualcosa di vero in queste sentenze. Ma mi sembra assurdo voler liquidare la portata pedagogica di tali manifestazioni”.

E dice il perché, indicando tali Messaggi come “martellamenti consecutivi (nel 2003 – aggiungo io – siamo alla XXXV Giornata) tesi a costruire la pace delle giornate; come colpi di maglio sulla scorza del nostro provincialismo, incapace di aprirsi agli orizzonti della mondialità;

come raffiche di uragano per scoprire, sotto le ceneri di fenomeni perversi, i carboni accesi che generano la fame, le violenze;

come mine sotto il bunker del ‘comodo io, comodi tutti’; come grandi temi generativi che, scavando nelle coscienze, hanno indicato nella pace il punto di raccordo, dove confluiscono giustizia, sviluppo, dialogo, conversione del cuore;

come planetarie convergenze di preghiera, per implorare dal cielo che la terra, questo atomo opaco del male, diventi il giardino dove si sperimenta la fraternità di tutti i popoli (T. Bello, Scritti della pace, pag. 26-27).

Il Vescovo che ha scritto questa pagina è morto il 20 aprile 1993. Dieci anni fa. Quest’anno il 20 aprile sarà il giorno di Pasqua. Sarà bello pensarlo ormai giunto nel giardino della “nuova Gerusalemme”.


S.E. il Vescovo di Novara


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Pagina aggiornata il 21-09-2004
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